Pausa caffè letteraria


benvenuto viaggiatore, che sia una notte d'inverno o no...
"Prendi la posizione più comoda: seduto, sdraiato, raggomitolato, coricato. Coricato sulla schiena, su un fianco, sulla pancia. In poltrona, sul divano, sulla sedia a dondolo, sulla sedia a sdraio, sul pouf. Sull'amaca, se hai un'amaca. Sul letto, naturalmente, o dentro il letto. Puoi anche metterti a testa in giù, posizione yoga. Col libro capovolto, si capisce."
Italo Calvino

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già *loading* viaggiatori si sono presi un caffè e una pausa




lunedì, ottobre 04, 2004
 
Il suono del disco che cade sul piatto è un sospiro veloce, che sa appena un po' di polvere. Quella del braccio che si stacca dalla forcella è un singhiozzo trattenuto, come uno schioccare di lingua, ma non umido, secco. Una lingua di plastica. La puntina, strisciando nel solco, sibila pianissimo e scricchiola, una o due volte. Poi arriva il piano e sembrano le gocce di un rubinetto chiuso male e il contrabbasso, come il ronzio di un moscone contro il vetro chiuso di una finestra, e dopo la voce velata di Chet Baker, che inizia a cantare Almost Blue.
A starci attenti, molto attenti, si può sentire anche quando prende fiato e stacca le labbra sulla prima a di almost, così chiusa e modulata da sembrare una lunga o. Al-most-blue... con due pause in mezzo, due respiri sospesi da cui si capisce, si sente che sta tenendo gli occhi chiusi.
Per questo mi piace Almost Blue. Perché è una canzone che si canta a occhi chiusi.
Io, con gli occhi chiusi, ci sto sempre, anche se non canto. Sono cieco, dalla nascita. Non ho mai visto una luce, un colore o un movimento.
Ascolto.
Scandaglio il silenzio che mi circonda, come uno scanner, uno di quegli apparecchi elettronici che spazzano l'etere a caccia di suoni e di voci e si sintonizzano automaticamente sulle frequenze occupate. So usarli benissimo, gli scanner, quello che ho dentro la testa da venticinque anni, fin da quando sono nato e quello che tengo in camera mia, accanto al giradischi. Se avessi degli amici, se ne avessi, di sicuro mi chiamerebbero Scanner. Mi piacerebbe.
Io di amici non ne ho. Per colpa mia. Perché non li capisco. Parlano di cose che non mi riguardano. Dicono lucido, opaco, luminoso, invisibile. Come in quella favola che mi raccontavano da bambino per farmi dormire, in cui c'era una principessa così bella e con una pelle così fine che sembrava trasparente. Ci ho messo tanto, tante notti sveglio a pensare, prima di capire che trasparente voleva dire che ci si poteva guardare dentro.
Per me significava che le dita ci passavano attaverso.

Carlo Lucarelli, Almost blue
ssst...! a mezza voce Leli... | 17:48 | commenti (4)


sabato, ottobre 02, 2004
 

NOME: Omid Gharib
SESSO: M
DATA DELL'ARRESTO: 9 giugno 1980
LUOGO DELL'ARRESTO: Teheran
LUOGO DI DETENZIONE: Teheran, prigione di Qasr
CAPI DI IMPUTAZIONE: soggetto occidentalizzato, e cresciuto in una famiglia occidentalizzata; ha soggiornato troppo a lungo in Europa per i propri studi; fuma sigarette Winston; mostra tendenze sinistrorse
SENTENZA: tre anni di carcere; morte
INFORMAZIONI PROCESSUALI: le udienze si sono svolte a porte chiuse. L'imputato è stato tratto in arresto a seguito di una lettera inviata a un amico in Francia, e intercettata dalle autorità. Nel 1980 è stato condannato a tre anni di detenzione. il 2 febbraio 1982 i suoi genitori sono venuti a sapere che era già stato giustiziato. Le circostanze dell'esecuzione restano ignote.
INFORMAZIONI AGGIUNTIVE:
DATA DELL'ESECUZIONE: 31 gennaio 1982
LUOGO DELL'ESECUZIONE: Teheran
FONTE: bollettino di Amnesty International, luglio 1982, volume XII, numero 7.

Azar Nafisi, Leggere Lolita a Teheran













ssst...! a mezza voce Leli... | 09:54 | commenti (1)


venerdì, ottobre 01, 2004
 
Così mi sedetti, poiché albeggiava e il sole infuocava la brina di strisce di brace e la linea delle montagne sembrava un gigante assopito messo un po' di gallone. Il rumore del fiume mi teneva compagnia poiché sapevo che dentro c'erano cadaveri e lucci e barbi e acquadelle, tutte creature meravigliose nel loro guizzare ed esplorare pozze buie che noi non conosceremo mai, per non parlare degli scoiattoli, del tasso dormione, della talpa rugagna e del falco che planava sul mio zenit. E di due mucche pezzate che ruminavano sotto un albero e gli cadevano i marroni d'India in testa e loro erano felici.

Era un momento poetico, ma allora io facevo fatica a distinguere i momenti poetici tristi da quelli allegri, quindi quando sentivo arrivare un attacco di poesia era un po' come quando si mobilita la budella e segnala e crepita prima della liberatoria, perciò quando sopraggiungeva il crampo dell'ecloga o del sonetto o dell'imperdibile istante, io ci mangiavo su.

Divaricai la mandibola come se volessi ingoiare l'orizzonte, mangiai Monte Mario, la stazione dei treni, un pezzo di strada cantonale e poi con rumore di tritura, un pezzo di pane. Si chiamava paneterno, perché poteva durare mille anni e si conservava sempre buono.

Quel pane lì lo potevamo mangiare solo io, il cane Fox che era un bracco grande come un cavallo, e la Strega Berega dentidighisa. Poiché la Strega Berega era una creatura fantastica inventata da me e da Selene (la mia pupa) e Fox il pane lo mangiava solo ammollato con acqua, latte e sbavatura autoprodotta, io ero l'unico a rosicchiare paneterno doc, e non per niente mi chiamavano Lupetto.

Allora crac fece il pane doc sotto i miei canini e bau fece Fox lontano e ciac il sugo dello schizzozibibbo e non saprei sintetizzare il rumore del fiume ma il sole si alzò ancora e c'era odore di una certa felicità irripetibile.


Stefano Benni, Saltatempo
ssst...! a mezza voce Leli... | 17:45 | commenti (1)
 
Diventa tutta rossa e sorride, quasi mi dispiace di fare lo stronzo, ma ‘sti ragazzi non possono mica vivere sempre nell’ovatta. Non gli stacco gli occhi di dosso, finché allarga le braccia e con un filo di voce dice: «Eh beh…»

Le faccio il verso, sempre più incattivito: «Eh beh … Ma guarda che basta anche meno: ti porto dai responsabili della strage di Marzabotto, il giorno dopo che è successo…»

La faccia che sto fissando cambia d’improvviso. La fronte si increspa nello sforzo, gli occhi si fanno interrogativi. Un sospetto.

«Marzabotto! Avete presente la strage di Marzabotto?»

Silenzio. Occhiate storte attraversano la sala. I più spudorati alzano le sopracciglia e lasciano cadere la mascella. Nessuno. L’avvocato si guarda intorno come se l’avessero trasportato su Marte a sua insaputa.

Mi volto verso i professori, le labbra sempre sul microfono: «Ma cosa gli avete insegnato a questi? Un cazzo!» Poi mi rivolgo di nuovo agli studenti: «Ho una brutta notizia per voi: mi avete fatto incazzare davvero, dio boia, e adesso vi beccate la punizione. Sì, comincio anche a bestemmiare, perché a Imola, quando perdiamo la pazienza, le bestemmie ci servono da punteggiatura, e sistemano tutto.» Prendo fiato, mi sembra di correre i cento metri, la fronte suda: «Sono in pochi a parlarne, ma le vittime della guerra non sono stati solo i morti e i caduti, ci sono anche i bambini, quelli della mia generazione, che avevano sei anni quando è cominciata e dieci quando è finita. Voi mica ne avete idea, andate in crisi per una gomma forata, dio boia, o quando la mamma non vi dà i soldi per la discoteca. Io ho vissuto in una casa dove faceva freddo, che voi non sapete nemmeno cosa vuol dire, l’unico riscaldamento autonomo erano le scoregge. Mi sono beccato le Brigate Nere per la strada, le Brigate Nere, mica quelle Rosse, quelli in confronto erano dei patacca. Tanti ragazzini hanno vissuto tutto questo e voi nemmeno vi sforzate di capirci qualcosa, sono cose successe cinquant’anni fa, mica cinquecento. A Marzabotto hanno cancellato la popolazione di un paese, più di milleottocento persone, così, per rappresaglia. E se non sapete niente di Marzabotto di certo non sapete neanche del Pozzo Becca di Imola, e allora state studiando per niente, e avete fatto male a invitarmi, perché delle cose che dico non potete capirci un cazzo, e infatti, tanto vale che chiudiamo, così me ne vado e qua non ci metto più piede.»

Può bastare, allontano il microfono e mi lascio cadere sulla sedia.


Vitaliano Ravagli & Wu Ming, Asce di guerra

ssst...! a mezza voce riccard0... | 14:55 | commenti (3)


sabato, settembre 18, 2004
 
Sono arrivato in questo porto con poco bagaglio: quattro camicie, i miei strumenti da calligrafia e un cuore in un barattolo di vetro. Le camicie erano piene di rammendi e di macchie d'inchiostro, le mie penne rovinate dall'aria di mare. Il cuore, invece, splendeva intatto, indifferente al viaggio, alle tempeste, all'umidità della cabina. I cuori si sciupano solo in vita; poi, nulla può far più loro del male.

Pablo De Santis, Il calligrafo di Voltaire

ssst...! a mezza voce riccard0... | 19:54 | commenti


martedì, dicembre 23, 2003
 
Sapete, Dag e Claire sorridono sempre, e lo stesso vale per molta altra gente che conosco. Mi sono sempre domandato se in questi sorrisi non ci sia qualcosa di meccanico o maligno; il modo in cui tirano le labbra mi sembra sempre un po'... non falso, ma una sorta di maschera protettiva. Seduto in mezzo a loro, mi vedo sorprendere da un'intuizione tutto sommato secondaria. I sorrisi che loro due si portano in faccia nel corso della vita quotidiana sono identici a quelli dei tipi spennati sui marciapiedi di New York al gioco delle tre carte, con garbo e allegria, ma nondimeno spennati, di fronte a tutti: persone inabilitate dalle convenzioni sociali a mostrare la propria rabbia, persone che non vogliono fare la figura di quelli che non stanno allo scherzo.

Douglas Coupland, Generazione X

ssst...! a mezza voce riccard0... | 12:15 | commenti (2)
 

No, non temo l'estraneità che c'è fra noi, al contrario - ovvio che è il contrario. Dimmi cosa c'è di più bello ed entusiasmante della possibilità di dare qualcosa che ti è molto caro - quello che hai di più caro - un segreto o una debolezza, o una richiesta assurda come la mia - a una persona totalmente estranea (volutamente estranea!). Di metterlo nelle sue mani mentre io mi tormento per la vergogna e l'imbarazzo di essermi lasciato tentare da un'illusione così meschina, e aver sentito dentro me questo desiderio di elemosinare.

David Grossman, Che tu sia per me il coltello


ssst...! a mezza voce Leli... | 10:37 | commenti (1)


mercoledì, settembre 17, 2003
 

Pioggia acida, campi trattati con i pesticidi, ostriche, gamberi e cozze che provocano intossicazioni alimentari, petrolio che fuoriesce da carrette che colano a picco, radiazioni delle centrali nucleari e da sottomarini affondati, fogne senza depuratore e Tampax insanguinati che cavalcano le onde e finiscono inghiottiti dai pesci. Verdura geneticamente modificata che fa crescere ai nostri nipoti due piselli, pesticidi e falde acquifere ancora contaminate dalle radiazioni di Chernobyl, agnelli a due teste che continuano a venire alla luce nella contea di Angus, regolarmente macellati e messi in vendita, la prospettiva tutt’altro che remota che il morbo della Mucca pazza, oltre che nella carne bovina, sia presente anche nel latte e nel formaggio...
Siamo circondati da tutte queste schifezze e loro che ci vengono a dire? Viviamo in una società che si è perfezionata nell’arte di cacare direttamente nel salotto buono di casa e loro ci vengono a dire che dobbiamo SMETTERE DI FUMARE!


Alan Warner, L’uomo che cammina

ssst...! a mezza voce riccard0... | 16:45 | commenti (4)


martedì, giugno 17, 2003
 

"...e specialmente di notte di quello che succede sulla strada, di quello che è sulla strada, si vedono solo le luci delle auto."

Giorgio Scerbanenco - Milano calibro 9: Ricordati Cuore Infranto

ssst...! a mezza voce toporagno... | 08:11 | commenti (3)


mercoledì, giugno 11, 2003
 
Era stato battuto (lo sapeva); ma non era stato spezzato. Capì, una volta per tutte, che non aveva nessuna possibilità contro un uomo con un randello. Aveva imparato la lezione e non l'avrebbe dimenticata mai più, per il resto della vita. Quel randello era una rivelazione. Era la sua introduzione al regno della legge primordiale e l'aveva incontrata a metà strada. I fatti della vita assunsero un aspetto più feroce; e mentre affrontava indomito questo aspetto, lo affrontava con tutta l'astuzia latente della sua natura destata. Mentre i giorni passavano, giunsero altri cani, in casse o legati con una corda, alcuni docilmente e alcuni infuriati e ruggenti come era arrivato lui; e, uno dopo l'altro, li vide passare sotto il dominio dell'uomo dal maglione rosso. Ogni volta, guardando ognuna di quelle brutali prestazioni, la lezione si imprimeva nella mente di Buck: un uomo con un randello era un legislatore, un padrone a cui obbedire, benchè non necessariamente arrendersi. Di quest'ultima cosa, Buck non si era mai reso colpevole, benchè vedesse i cani battuti che facevano le feste all'uomo e scodinzolavano e gli leccavano la mano. Inoltre aveva visto un cane, che non si sarebbe mai arreso nè avrebbe mai obbedito, finire ucciso nella lotta per il dominio.

Jack London, Il richiamo della foresta (The Call of the Wild)
ssst...! a mezza voce riccard0... | 22:21 | commenti